Nel ciclismo c’è chi vince.
E chi fa vincere.
Matteo Tosatto è stato questo per vent’anni.
Uno di quei corridori che non cercano il traguardo, ma il punto esatto in cui la corsa cambia.
Il tempo in anticipo
Nel gruppo, tutto succede troppo in fretta.
Ma Tosatto aveva qualcosa in più.
Non guardava solo la ruota davanti.
Guardava il vento.
Le posizioni.
I segnali che arrivano prima della bagarre.
Sapeva dove stare, quando muoversi, quando aspettare.
E soprattutto, lo sapeva prima degli altri.
Lo scudiero dei campioni
Per questo i capitani lo volevano accanto.
Con Alberto Contador, nelle giornate in cui la corsa si decideva lontano dal traguardo.
Con Peter Sagan, accompagnandolo nelle grandi sfide e nei successi al Tour.
Con corridori diversi tra loro, ma con lo stesso bisogno: qualcuno che leggesse la corsa per loro.
Restare, mentre tutto cambia
Trentaquattro partecipazioni ai Grandi Giri.
Tosatto ne ha conclusi 28. Ha partecipato a 13 Giri d’Italia, 12 Tour de France e 9 Vuelta.
Numeri che non raccontano solo la resistenza, ma la capacità di restare.
Restare utile.
Restare lucido.
Restare dentro un ciclismo che cambia.
Dalle sensazioni ai numeri, dall’istinto ai watt.
Tosatto è rimasto sempre lì, nel punto in cui serve davvero.
Un altro modo di essere grandi
Non tutti i campioni alzano le braccia.
Alcuni restano qualche metro più indietro, nel momento in cui la corsa si decide.
Eppure, senza di loro, certe vittorie non esisterebbero.
Matteo Tosatto è stato questo. Uno che non ha mai avuto bisogno di arrivare primo per lasciare il segno.
Un modo diverso di essere protagonisti, che ritroviamo anche nella storia di Wout van Aert: un corridore che ha conosciuto vittorie, sacrifici e ritorni, senza perdere il suo valore per la squadra.
Dove il ciclismo diventa racconto.