Nel ciclismo c’è chi vince.
E chi fa vincere.
Matteo Tosatto è stato questo per vent’anni.
Uno di quei corridori che non cercano il traguardo, ma il punto esatto in cui la corsa cambia.
Il tempo in anticipo
Nel gruppo, tutto succede troppo in fretta.
Ma Tosatto aveva qualcosa in più.
Non guardava solo la ruota davanti.
Guardava il vento.
Le posizioni.
I segnali che arrivano prima della bagarre.
Sapeva dove stare, quando muoversi, quando aspettare.
E soprattutto, lo sapeva prima degli altri.
Lo scudiero dei campioni
Per questo i capitani lo volevano accanto.
Con Alberto Contador nelle giornate in cui la corsa si decideva lontano dal traguardo.
Con Peter Sagan nel caos delle volate, dove conta un metro più degli altri.
Con corridori diversi tra loro, ma con lo stesso bisogno: qualcuno che leggesse la corsa per loro.
Restare, mentre tutto cambia
Trentaquattro Grandi Giri.
Un numero che non racconta solo la resistenza, ma la capacità di restare.
Restare utile.
Restare lucido.
Restare dentro un ciclismo che cambia.
Dalle sensazioni ai numeri, dall’istinto ai watt.
Tosatto è rimasto sempre lì, nel punto in cui serve davvero.
Un altro modo di essere grandi
Non tutti i campioni alzano le braccia.
Alcuni restano qualche metro più indietro, nel momento in cui la corsa si decide.
Eppure, senza di loro, certe vittorie non esisterebbero.
Matteo Tosatto è stato questo. Uno che non ha mai avuto bisogno di arrivare primo per lasciare il segno.
Nel ciclismo moderno, anche chi non vince racconta storie che restano, come abbiamo visto anche in Van Aert.
Dove il ciclismo diventa racconto.