Mario Cipollini: il campione che non aveva paura di essere se stesso

Nel ciclismo, quasi tutti si somigliano.

Stessa serietà, stessa compostezza, stesso rispetto quasi religioso per la fatica.

Poi c’era Mario Cipollini.

Che vinceva come pochi altri, ma soprattutto non assomigliava quasi a nessuno.

Il velocista che ha lasciato il segno

Sui numeri, Cipollini non ha bisogno di presentazioni.

42 tappe vinte al Giro d’Italia, record assoluto della Corsa Rosa, costruito tra il 1989 e il 2003. Nel 2003 superò il primato che Alfredo Binda conservava da oltre settant’anni.  

Poi un Campionato del Mondo conquistato a 35 anni, la Milano-Sanremo, tre Gand-Wevelgem e quelle quattro vittorie consecutive al Tour de France del 1999 che ancora oggi appartengono alla storia della corsa. Il Tour ricorda proprio la quarta vittoria consecutiva arrivata a Thionville.  

Numeri da fuoriclasse.

Ma ridurre Cipollini ai numeri significherebbe raccontare soltanto metà della storia.

Lo sprint come spettacolo

Cipollini non si limitava a vincere le volate.

Le trasformava in una scena.

Negli anni della Saeco, il famoso treno rosso divenne uno dei simboli del ciclismo degli anni Novanta: uomini lanciati uno dopo l’altro per portare il proprio velocista nelle condizioni ideali negli ultimi metri.

Un’organizzazione dello sprint che avrebbe influenzato profondamente il modo di interpretare gli arrivi veloci.

E quando Cipollini tagliava il traguardo, spesso non si limitava ad alzare le braccia.

Sorrideva, gesticolava, cercava il pubblico.

Perché per lui la vittoria era competizione, ma poteva essere anche spettacolo.

Le tute che facevano discutere

C’è un episodio che racconta bene il personaggio.

Al Giro d’Italia 2001 si presentò al prologo con un body integrale sul quale era riprodotta la muscolatura del corpo umano. Una scelta talmente fuori dagli schemi da costargli anche una multa; successivamente quella tuta venne messa all’asta per beneficenza.  

E non fu certo l’unica volta.

Pantaloncini rosa o gialli abbinati alla maglia di leader, stelle e strisce, divise create appositamente per attirare l’attenzione. In occasione del Giubileo del 2000 comparvero persino le insegne del Vaticano.  

Gesti che facevano sorridere alcuni e storcere il naso ad altri.

Ma raccontavano perfettamente il personaggio.

Cipollini non voleva confondersi nel gruppo.

Il prezzo di essere sopra le righe

Naturalmente, non tutti apprezzavano quel modo di essere.

C’era chi lo considerava troppo appariscente per uno sport tradizionalmente legato alla sobrietà. Le sue scelte e alcuni suoi comportamenti generarono polemiche e, in diversi casi, anche sanzioni sportive.

E c’erano le montagne.

Cipollini non nascose mai di essere un velocista puro e il suo rapporto con le grandi salite — soprattutto al Tour — contribuì ad alimentare critiche e discussioni intorno al personaggio.

Ma quando la strada tornava piatta e davanti compariva uno striscione d’arrivo, il discorso cambiava.

Lì parlavano soprattutto le gambe.


Zolder, il giorno che zittì molti critici

Poi arrivò il 2002.

Mario Cipollini aveva 35 anni.

Quella stagione aveva già conquistato la Milano-Sanremo e la Gand-Wevelgem.

Ma a Zolder, in Belgio, arrivò qualcosa di ancora più grande.

La maglia iridata.

Il Campionato del Mondo rappresentò probabilmente il punto più alto della sua carriera.

Perché dietro le provocazioni, le divise eccentriche e il personaggio che divideva il pubblico rimaneva un corridore capace di vincere una delle corse più importanti al mondo.

Quel giorno non servivano costumi.

Servivano le gambe.

E Cipollini le aveva.

Un personaggio difficile da confondere con gli altri

Mario Cipollini ha vinto quasi tutto ciò che un grande velocista può desiderare.

Ma il motivo per cui viene ancora ricordato non sta soltanto nel palmarès.

Sta anche nell’impronta che lasciò sul ciclismo della sua epoca.

Nel bene e nelle polemiche, Cipollini non passava inosservato.

Ha trasformato lo sprint in spettacolo, ha contribuito a rendere il treno dei velocisti uno degli elementi più riconoscibili del ciclismo moderno e ha costruito un personaggio che ancora oggi divide e fa discutere.

Forse è proprio questa la chiave per raccontarlo.

Non chiedersi se Mario Cipollini piacesse a tutti.

Perché evidentemente non era così.

Ma riconoscere che, quando arrivava lui, era difficile guardare da un’altra parte.

Se ami i personaggi che hanno lasciato un segno oltre alle vittorie, potrebbe interessarti anche il nostro racconto su Laurent Fignon: il campione che imparò a perdere: un’altra storia di carattere, vissuta però in modo completamente diverso.

Dove il ciclismo diventa racconto.

foto di copertina: Mario Cipollini al Tour de France 1993 – Foto: Eric Houdas / Wikimedia Commons – CC BY-SA 3.0