Muro di Sormano: quando due chilometri diventano una montagna

Ci sono salite che fanno paura per la loro lunghezza.

Altre per l’altitudine.

Il Muro di Sormano non ha bisogno né dell’una né dell’altra.
Gli bastano meno di due chilometri.

Una strada stretta che sale tra gli alberi sopra il paese di Sormano, in Lombardia. Appena 1,92 chilometri, 304 metri di dislivello, una pendenza media del 15,8% e tratti che arrivano al 25-27%.  

Numeri che sulla carta sembrano quasi irreali.
Ma sul Muro i numeri sono soltanto l’inizio.
Perché qui, prima ancora delle gambe, viene messa alla prova la capacità di continuare a pedalare quando la strada sembra chiederti di fare esattamente il contrario.

Una strada scelta per rendere impossibile la corsa

Alla fine degli anni Cinquanta Vincenzo Torriani, storico organizzatore del Giro d’Italia e del Giro di Lombardia, cercava qualcosa che rendesse la Classica delle Foglie Morte più selettiva.

Il Ghisallo non bastava più.

Così trovò una strada sopra Sormano.

Breve.

Stretta.

Terribilmente ripida.

Nel 1960 il Muro entrò per la prima volta nel percorso del Giro di Lombardia. Rimase nella corsa per tre edizioni, fino al 1962.  

L’effetto fu persino superiore alle aspettative.

Molti corridori furono costretti a mettere piede a terra. Con le biciclette e soprattutto con i rapporti dell’epoca, affrontare pendenze simili era qualcosa di completamente diverso rispetto a oggi.  

Il Muro non selezionava semplicemente il gruppo.

Lo metteva in crisi.

Quando anche i campioni scendevano dalla bicicletta

Il Lombardia del 1961 racconta forse meglio di qualsiasi numero cosa rappresentasse quella strada.

Sul Muro andarono in difficoltà campioni come Rik Van Looy, Jacques Anquetil, Raymond Poulidor e Gastone Nencini.

Davanti rimase Imerio Massignan, uno degli scalatori più forti della sua generazione.

Massignan riuscì a fare la differenza proprio sulle pendenze di Sormano, ma successivamente venne raggiunto da Vito Taccone, che lo batté nel finale a Como.  

Pensare a professionisti di quel livello costretti a combattere semplicemente per continuare a pedalare restituisce la dimensione di quella salita.
E spiega anche perché il Muro sarebbe presto diventato qualcosa di più di una strada.

Una leggenda.

Imerio Massignan nella memorabile scalata sul “Muro”al Lombardia del 1961

Troppo duro persino per il Lombardia

Dopo appena tre edizioni, il Muro scomparve dalla corsa.

Le pendenze erano talmente estreme che molti corridori finivano per essere aiutati dalle spinte degli spettatori. Nel 1962 la situazione provocò polemiche sufficienti a convincere gli organizzatori ad abbandonare quella strada.  

Con la realizzazione della strada provinciale più larga e meno ripida, il vecchio Muro perse anche la propria funzione per il traffico.

Per decenni rimase lì.

Quasi dimenticato.

Una strada che aveva fatto soffrire alcuni dei migliori ciclisti del mondo lentamente riconquistata dal tempo e dalla vegetazione.


Il ritorno del Muro

Ma certe strade, nel ciclismo, non scompaiono davvero.

Tra il 2005 e il 2006 il Muro venne recuperato e riasfaltato, tornando a disposizione degli appassionati.  

E sulla strada comparvero le scritte che oggi rendono la salita ancora più particolare.

Indicazioni delle pendenze, quote altimetriche e riferimenti alle edizioni del Lombardia degli anni Sessanta accompagnano chi sale.  

È quasi come pedalare dentro la storia della salita.

Metro dopo metro, l’asfalto ricorda quello che è successo lì.

Nel 2012, cinquant’anni dopo l’ultima apparizione, il Muro tornò anche nel percorso del Lombardia.  

Il ciclismo era cambiato.
Le biciclette erano cambiate.
I rapporti erano cambiati.

Il Muro, molto meno.

Il problema non sono i due chilometri

Guardando la distanza si potrebbe commettere un errore.

Pensare: sono meno di due chilometri.

Ma sul Muro di Sormano la distanza conta relativamente.

Quando la pendenza supera il 20%, la velocità crolla e ogni metro sembra diventare più lungo.
Non ci sono lunghi tratti dove recuperare.
Non c’è molto spazio per trovare un ritmo comodo.

C’è soprattutto una domanda che, prima o poi, arriva nella testa di chi prova ad affrontarlo: riesco a continuare senza mettere piede a terra?

Ed è forse questa la vera sfida del Muro.

Non il tempo.

Non la velocità.

Nemmeno il confronto con gli altri.
Semplicemente arrivare sopra continuando a pedalare.

Affrontarlo oggi

Per un ciclista amatore il Muro di Sormano rimane una salita da affrontare con rispetto.

Qui avere rapporti adeguati conta moltissimo, così come evitare di partire troppo forte.

Perché su una pendenza del genere ogni errore si paga immediatamente.

Ma c’è anche qualcosa di affascinante.

Mentre si sale si percorre la stessa strada sulla quale, più di sessant’anni fa, alcuni dei più grandi campioni del ciclismo arrivarono al limite.

E improvvisamente quelle scritte sull’asfalto non sembrano più decorazioni.

Diventano compagnia.

Una montagna lunga 1.920 metri

Nel ciclismo siamo abituati a misurare le grandi salite in chilometri.

Dieci.

Quindici.

Venti.

Il Muro di Sormano dimostra che non sempre serve così tanto.

A volte bastano 1.920 metri.
Una strada stretta.
Un rapporto abbastanza corto.
E la voglia di non mettere piede a terra.
Perché ci sono montagne che diventano leggendarie per quanto sono alte.

Il Muro di Sormano lo è diventato per quanto è ripido.

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