Vent’anni ai vertici del ciclismo, una maglia iridata conquistata a 38 anni e una passione per la bicicletta che non si è conclusa con l’ultima corsa.
Ci sono vittorie che arrivano quando tutto sembra ancora possibile.
E poi ci sono quelle che arrivano quando il tempo comincia a diventare un avversario.
Il 30 settembre 2018, sulle strade di Innsbruck, Alejandro Valverde aveva 38 anni.
Alle sue spalle c’erano quindici stagioni da professionista, centinaia di corse, grandi successi e altrettante occasioni sfumate.
Aveva già vinto quasi tutto quello che un corridore con le sue caratteristiche poteva desiderare.
Ma gli mancava una maglia.
Quella con i colori dell’arcobaleno.
E quel pomeriggio, quando la strada tornò pianeggiante dopo le ultime difficoltà del percorso, Valverde capì che forse era arrivato il momento di prendersela.
Non era più il giovane talento spagnolo che aveva stupito il ciclismo all’inizio degli anni Duemila.
Era un uomo che aveva attraversato generazioni di campioni.
E che, nonostante tutto, aveva ancora voglia di vincere.
Innsbruck 2018: la vittoria che sembrava non arrivare mai
Il Mondiale austriaco era uno dei più impegnativi degli ultimi anni.
Salite, dislivello e un finale durissimo avevano trasformato la corsa in una selezione tra i migliori.
Sull’ultima asperità rimasero davanti Alejandro Valverde, Romain Bardet e Michael Woods.
Poco dopo riuscì a rientrare anche Tom Dumoulin.
Quattro uomini.
Una maglia iridata.
E un corridore spagnolo che quella vittoria la inseguiva da una vita.
Valverde aveva già conquistato sei medaglie ai Mondiali: due argenti e quattro bronzi.
Era sempre stato vicino al successo, senza riuscire a raggiungerlo.
Questa volta, però, non lasciò spazio ai rimpianti.
Negli ultimi trecento metri lanciò la volata.
Bardet provò a resistere, Woods cercò di rispondere, ma nessuno riuscì a superarlo.
Alejandro Valverde era campione del mondo.
A 38 anni.
Dopo quindici anni dal primo argento mondiale conquistato nel 2003.
Sul traguardo arrivò l’emozione di chi aveva finalmente raggiunto qualcosa che sembrava destinato a sfuggirgli per sempre.
Quella maglia non rappresentava soltanto una vittoria. Era la ricompensa per una lunga attesa.
Il talento che sembrava non conoscere il tempo
Alejandro Valverde era nato il 25 aprile 1980 a Las Lumbreras, nella regione spagnola di Murcia.
Nel 2002 iniziò la carriera professionistica.
Bastarono pochi anni per capire che non era un corridore come gli altri.
Valverde possedeva una combinazione rara.
Sapeva affrontare le salite con i migliori, resistere nelle corse più impegnative e conservare uno spunto veloce capace di fare la differenza negli ultimi metri.
Non era uno scalatore puro.
Non era un velocista tradizionale.
Era un corridore completo, particolarmente pericoloso quando la corsa diventava dura e il gruppo si riduceva a pochi uomini.
Nel 2003, appena ventitreenne, arrivò terzo alla Vuelta a España e secondo al Campionato del Mondo.
Il ciclismo aveva trovato un nuovo protagonista.
Ma probabilmente nessuno avrebbe immaginato quanto a lungo sarebbe rimasto competitivo.
Perché Valverde non si limitò ad attraversare un’epoca.
Ne attraversò diverse, continuando a trovare il modo di essere protagonista.
Valverde ha rappresentato una delle grandi personalità del ciclismo spagnolo, insieme ad Alberto Contador. Due campioni molto diversi per caratteristiche e modo di interpretare le corse. Abbiamo raccontato la storia di Contador nell’articolo “Alberto Contador: il campione che non sapeva aspettare”.

Le Ardenne, il suo territorio
Ci sono corridori che costruiscono la propria leggenda sulle grandi montagne.
Altri sulle strade del Nord.
Alejandro Valverde trovò nelle classiche delle Ardenne il terreno ideale per esprimere il proprio talento.
La Freccia Vallone sembrava disegnata per lui.
Il Muro di Huy, con le sue pendenze violente e il finale esplosivo, premiava esattamente le sue qualità.
Valverde lo conquistò cinque volte.
Quattro furono invece le vittorie alla Liegi-Bastogne-Liegi.
Nove successi complessivi in due delle classiche più prestigiose del calendario.
Ma ridurre la sua carriera a questi numeri sarebbe ingiusto.
Valverde vinse anche la Vuelta a España del 2009, salì sul podio del Tour de France nel 2015 e su quello del Giro d’Italia nel 2016.
Conquistò tappe in tutti e tre i grandi Giri.
La sua carriera si concluse con 133 vittorie da professionista.
Un palmarès che racconta la continuità di un atleta capace di vincere su terreni differenti e in momenti molto lontani tra loro.
Eppure, dietro tutti quei successi, c’era qualcosa che i numeri non riuscivano a spiegare completamente.
La sua capacità di continuare a cercare la vittoria.
Anche quando non aveva più bisogno di dimostrare quanto fosse forte.

La pagina più controversa della carriera
Una storia lunga vent’anni non può essere raccontata soltanto attraverso i momenti felici.
Nella carriera di Alejandro Valverde esiste anche una vicenda che ha segnato profondamente la sua immagine sportiva.
Il suo coinvolgimento nell’Operación Puerto, l’inchiesta sul doping ematico esplosa in Spagna nel 2006.
Nel 2010 il Tribunale Arbitrale dello Sport dispose una squalifica di due anni, con decorrenza dal 1° gennaio 2010 fino al 31 dicembre 2011.
La decisione arrivò dopo un lungo procedimento legato alle prove raccolte nell’inchiesta.
Valverde contestò la sanzione, ma rimase escluso dalle competizioni durante quel periodo.
I risultati ottenuti prima del 2010 non furono annullati.
È un capitolo che appartiene alla sua carriera e che non può essere ignorato.
Il ciclismo di quegli anni ha vissuto vicende difficili, capaci di lasciare interrogativi e divisioni ancora oggi.
Raccontare Valverde significa riconoscere sia le sue straordinarie qualità sportive sia questa parte controversa del suo percorso.
Senza cancellare l’una per raccontare l’altra.
Tornare e ricominciare a vincere
Nel 2012 Valverde tornò alle competizioni.
Aveva 31 anni e due stagioni senza gare alle spalle.
Nel ciclismo, un’assenza così lunga può cambiare completamente il destino di un corridore.
Cambiano gli avversari, i metodi di preparazione, le squadre e gli equilibri del gruppo.
Ma Valverde riuscì a tornare competitivo.
Vinse nuovamente, conquistò tappe, salì sui podi dei grandi Giri e continuò a essere uno degli uomini da battere nelle classiche.
Il Mondiale del 2018 sarebbe arrivato sei anni dopo il suo ritorno.
Ed è proprio questa continuità a rendere particolare la sua storia.
Non fu soltanto capace di ritrovare un posto nel ciclismo professionistico.
Riuscì a restare ai vertici fino a un’età nella quale molti corridori avevano già concluso la carriera.
Il tempo passava, ma Valverde continuava a correre come se avesse ancora qualcosa da inseguire.
Quando arrivano i quarant’anni e la voglia non scompare
Nel ciclismo moderno, superare i quarant’anni continuando a gareggiare ai massimi livelli è qualcosa di eccezionale.
Le nuove generazioni arrivano sempre prima.
La preparazione diventa più scientifica, i ritmi aumentano e la competizione non concede molto spazio.
Valverde, però, continuava a esserci.
Nel 2021, a 41 anni, vinse ancora il Gran Premio Miguel Induráin.
E quando annunciò che il 2022 sarebbe stata la sua ultima stagione, non si trasformò in un corridore impegnato soltanto a ricevere applausi.
Continuò a cercare risultati.
Nelle ultime settimane della carriera arrivarono piazzamenti importanti nelle classiche italiane.
Il suo addio avvenne l’8 ottobre 2022, al Giro di Lombardia.
Aveva 42 anni.
Quel giorno concluse la corsa al sesto posto.
Non era una vittoria.
Ma era il risultato di un atleta che, fino all’ultima gara, aveva conservato la capacità di competere con corridori molto più giovani.
Per molti campioni il ritiro arriva quando il corpo non permette più di inseguire certi risultati.
Valverde, invece, lasciò il professionismo mentre era ancora competitivo.
Ed è forse questo uno degli aspetti più particolari del suo addio.
Non aveva smesso di andare forte. Aveva semplicemente deciso che era arrivato il momento di cambiare vita.

Il giorno dopo l’ultima corsa
Cosa succede a un uomo che ha trascorso vent’anni vivendo per la bicicletta quando, improvvisamente, non deve più preparare una gara?
Per alcuni ex professionisti il distacco è difficile.
La quotidianità cambia, gli obiettivi scompaiono e bisogna trovare un nuovo equilibrio.
Alejandro Valverde ha seguito una strada particolare.
Non ha abbandonato il ciclismo.
Ha semplicemente cambiato il modo di viverlo.
Ha continuato a pedalare, partecipando anche a competizioni gravel e mountain bike.
Nel 2026 è commissario tecnico della nazionale spagnola di ciclismo su strada.
Un ruolo che gli permette di trasmettere la propria esperienza alle nuove generazioni.
Ma la cosa più interessante è il suo rapporto personale con la bicicletta.
In un’intervista pubblicata nell’aprile 2026 sul sito ufficiale del Giro d’Italia, Valverde ha raccontato che continua a uscire in allenamento con il proprio gruppo di amici.
Oggi, però, lo fa con maggiore tranquillità.
Partecipa occasionalmente anche ad altre competizioni, privilegiando il divertimento e il piacere di stare insieme agli altri.
È un dettaglio che racconta molto più di quanto possa sembrare.
Per vent’anni ogni uscita aveva avuto uno scopo.
Preparare una corsa.
Migliorare la condizione.
Vincere.
Adesso può salire in bicicletta senza dover dimostrare niente a nessuno.
E continua a farlo.
Il campione che non voleva smettere
Forse il titolo di questa storia potrebbe sembrare contraddittorio.
Perché Alejandro Valverde, alla fine, ha smesso davvero.
Ha lasciato le competizioni professionistiche, il calendario WorldTour e la pressione dei risultati.
Ma c’è una differenza importante tra smettere di correre e smettere di essere un ciclista.
Valverde ha trascorso gran parte della propria vita inseguendo traguardi.
Ha conosciuto vittorie, sconfitte, polemiche, momenti difficili e ritorni.
Ha vinto una Vuelta.
Ha dominato sulle Ardenne.
Ha conquistato una maglia iridata quando molti pensavano che il tempo delle grandi occasioni fosse ormai passato.
E poi, a 42 anni, ha salutato il gruppo.
Ma non ha salutato la bicicletta.
Forse è proprio questo il dettaglio che rende la sua storia diversa.
Per alcuni corridori il ciclismo è soprattutto una professione.
Per altri diventa qualcosa che continua a far parte della propria identità anche quando le corse sono finite.
Alejandro Valverde ha smesso di essere un professionista. Ma non ha mai smesso di avere voglia di pedalare.
E dopo vent’anni trascorsi a inseguire gli avversari, oggi può finalmente farlo senza inseguire nessuno.
Ciclismo Oltre la Corsa — Dove il ciclismo diventa racconto.
FONTI E APPROFONDIMENTI
- UCI – Il Mondiale di Innsbruck 2018
- Movistar Team – La carriera di Alejandro Valverde
- Giro d’Italia – Valverde e la vita dopo il ritiro
- Tribunale Arbitrale dello Sport – Decisione sull’Operación Puerto
- foto di copertina: Alejandro Valverde – Mondiale Innsbruck 2018 –
- Foto: Julia Engel / Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0.