Attaccare quando gli altri aspettavano. Rischiare quando sarebbe stato più semplice controllare. Alberto Contador ha trasformato il coraggio in un modo di correre.
Ci sono corridori che aspettano il momento giusto.
Studiano gli avversari, controllano la corsa, conservano energie e aspettano che siano gli altri a scoprirsi.
E poi c’era Alberto Contador.
Quando si alzava sui pedali, con quel movimento leggero e nervoso che lo rendeva immediatamente riconoscibile, spesso significava una cosa sola: stava per succedere qualcosa.
Non sempre funzionava.
Non sempre era la scelta tatticamente più semplice.
Ma forse è proprio per questo che ancora oggi tanti appassionati ricordano Contador non soltanto per ciò che ha vinto, ma per come provava a vincere.
Il talento di chi non vuole aspettare
Contador possedeva una qualità che nel ciclismo moderno è diventata sempre più preziosa: l’imprevedibilità.
Poteva aspettare l’ultima salita.
Poteva controllare gli avversari.
Poteva affidarsi ai numeri.
Ma spesso preferiva attaccare.
Il suo ciclismo nasceva dalla convinzione che una corsa potesse essere cambiata anche quando sembrava già scritta.
E per farlo bisognava essere disposti a rischiare.
Al Tour de France del 2009, sulla salita verso Verbier, Contador attaccò a meno di sei chilometri dall’arrivo. Nessuno riuscì a seguirlo. Vinse la tappa, conquistò la maglia gialla e diede alla corsa una gerarchia completamente nuova.
Era il Contador che il ciclismo avrebbe imparato a conoscere.
Un’accelerazione.
Qualche secondo di esitazione alle sue spalle.
E improvvisamente la corsa non era più la stessa.
Fuente Dé: quando perdere non significa arrendersi
Ma probabilmente esiste una giornata che racconta ancora meglio il suo carattere.
Vuelta a España 2012.
Joaquim Rodríguez sembrava avere la corsa sotto controllo.
Contador aveva provato più volte ad attaccarlo in montagna senza riuscire a rovesciare la classifica.
Avrebbe potuto aspettare un’altra grande salita.
Invece scelse una giornata apparentemente meno adatta.
Attaccò sul Collado de la Hoz, a oltre cinquanta chilometri dall’arrivo di Fuente Dé. Davanti aveva compagni di squadra pronti ad aiutarlo.
Quello che sembrava un tentativo disperato diventò il giorno che cambiò quella Vuelta.
Contador ribaltò la classifica e costruì la strada verso la vittoria finale. La stessa organizzazione della Vuelta avrebbe poi ricordato quell’azione come uno dei grandi colpi della propria storia recente.
Non aveva aspettato il terreno perfetto.
Aveva creato lui il momento giusto.
Vincere non era abbastanza
È forse questa la differenza tra un grande palmarès e un corridore che rimane nella memoria.
Le vittorie raccontano quanto fosse forte Contador.
Ma non spiegano completamente perché fosse così seguito.
Gli appassionati aspettavano il suo attacco.
Perché con lui anche una tappa apparentemente controllata poteva improvvisamente cambiare.
Non sempre il rischio veniva premiato.
E proprio questo rendeva tutto più umano.
Attaccare significa anche esporsi alla possibilità di perdere.
Contador sembrava accettarlo.
Era un modo di interpretare il ciclismo fatto di istinto e coraggio, quello stesso contrasto tra fantasia e controllo che abbiamo raccontato in “Nibali vs Froome: fantasia contro metodo”.
Meglio provare e rischiare di saltare che arrivare al traguardo chiedendosi cosa sarebbe successo se avesse avuto il coraggio di partire.

L’ultimo attacco
Poi arrivò il 2017.
Contador aveva annunciato che quella Vuelta sarebbe stata l’ultima corsa della sua carriera.
Avrebbe potuto attraversarla come una lunga passerella d’addio.
Non lo fece.
Continuò ad attaccare.
Fino alla penultima tappa.
Fino all’Angliru.
Una delle salite più dure del ciclismo spagnolo sembrava quasi il luogo scelto apposta per l’ultima pagina della sua carriera.
Contador si mosse già prima della salita finale insieme al compagno Jarlinson Pantano. Cominciò l’Angliru con un vantaggio sui favoriti, raggiunse gli uomini rimasti davanti e, a circa 5,5 chilometri dall’arrivo, proseguì da solo.
Questa volta nessuno lo riprese.
Il 9 settembre 2017 Alberto Contador vinse sull’Angliru.
Fu l’ultima vittoria della sua carriera.
Quasi impossibile immaginare un finale più adatto.
Il campione che non sapeva aspettare
Alberto Contador ha vinto grandi corse.
Ha conquistato Tour, Giro e Vuelta, entrando nel ristretto gruppo di corridori capaci di vincere tutti e tre i Grandi Giri.
Ma forse ciò che manca di più non sono le sue vittorie.
È l’attesa del suo attacco.
Quel momento in cui si alzava sui pedali e il gruppo sembrava trattenere il respiro.
Perché tutti sapevano che poteva essere troppo presto.
Poteva essere troppo lontano.
Poteva persino essere una follia.
Ma poteva anche essere il momento in cui una corsa cambiava completamente.
Alberto Contador ha vinto grandi corse.
Ma forse ciò che manca di più non sono le sue vittorie.
È quel momento in cui si alzava sui pedali e tutti capivano che qualcosa stava per succedere.
Dove il ciclismo diventa racconto.
foto di apertura Foto: VirtKitty / Wikimedia Commons – CC BY-SA 2.0